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Le confessioni di Matrix

E' stata una stagione irripetibile quella di Marco Materazzi. Matrix, per i tifosi interisti.
Prima il trionfo di Berlino con la nazionale azzurra, poi il tricolore con i colori nerazzurri con tanto di doppietta nella giornata del trionfo a Siena.

"Un'annata incredibile. Ma la migliore è quella che deve ancora arrivare", ha detto Marco a Vanity Fair.
Un'intervista-confessione a Gad Lerner tutta da leggere.
Vi proponiamo i passaggi principali.

"La Juventus? Mi dispiace solo per i giocatori, capisco la loro rabbia. Hanno fatto gli stessi sacrifici che faccio io e pagano le colpe dei loro dirigenti".
"La vita a me non ha fatto sconti - racconta il difensore -. Sarebbe giusto che mi si canti: 'Materazzi pezzo di merda invece che 'Materazzi figlio di...'. Mia madre si è ammalata che avevo 11 anni, l'ho persa, nessuno me la ridarà, e ogni volta mi viene ricordato. Ho vinto un Mondiale e l'ho fatto per l'Italia ma resto il più bersagliato dalle curve avversarie. È difficile sopportarlo, ma dopo 15 anni figuriamoci se mi faccio buttare fuori per un coro".

Lui ormai si è cucito addosso l'emblema del duro, del cattivo per eccellenza. "Quando scendo in campo non guardo nessuno. Gattuso è un mio amico ma il piede non lo levo. In campo io mi trasformo, sono un'altra persona. È capitato con un altro amico come Luca Toni. Lui lo sa, io lo so. In campo io da lui le ho prese e porto i suoi segni sulla faccia. Lui da me le ha prese e porta i miei segni sulle gambe. Giusto così. Altrimenti la gente può pensare che siamo dei mercenari".

Matrix parla poi dell'attaccamento verso i colori per la squadra nella quale milita: "Io per baciare una maglia ci ho sempre messo del tempo. In vita mia ne ho baciate solo due: Perugia e Inter. E non certo dopo dieci presenze. Un rapporto si fortifica nei dispiaceri, dopo i momenti brutti vissuti insieme. Troppo facile quando si vince baciare la maglia. Se passi lo scudetto perso nel 2002, all'ultima giornata della tua prima stagione in una squadra, il caso Cirillo, la sconfitta in Champions col Villarreal del 2006, i tanti derby persi, e si rimane uniti nelle umiliazioni, allora ci può stare di baciare la maglia. Sapendo che i nostri tifosi sono stati accolti dappertutto dal coro 'Non vincete mai, e noi li abbiamo riscattati".

"Io sono un ragazzo normale. Mi piace ridere e fare casino. Sono un cazzaro. Faccio gli scherzi come un bambinone. Pensa che quando torno a casa, mangio latte e biscotti. Invece mi fanno impressione certi ragazzini. Ho visto in tv quelli della primavera del Milan. Gli chiedevano: perché vuoi diventare un campione? E loro: per la macchina grossa e le veline. Ma guarda come sono ridotti, penso io che ho vinto un Mondiale e ho vissuto solo per il calcio da quando avevo due anni", ha detto Materazzi.

Si possono creare delle amicizie fuori dal rettangolo verde? "Quelli con cui mi capisco di più sono gli zingari. Io mi ci sento, zingaro. E con me i vari Recoba, Ibrahimovic, Stankovic, lo stesso Dacourt: un'intelligenza speciale Olivier, il tipo che legge libri e colleziona quadri".

Lui e la moglie: "Penso che Daniela me l'abbia fatta conoscere mia madre - aggiunge Materazzi -. E sempre lei, mia madre, ci ha dato la figlia femmina, visto che nessuno in casa mia ce l'ha. Per questo ho voluto le mie ali. Tatuarle è una cosa molto dolorosa. Sei aghi che ti penetrano la schiena per quattro ore di fila. Già mi ero ripromesso di metterle, ma solo se fosse venuta una figlia. Le riunisce il nome Anna, mia mamma e mia figlia. Mentre le ali dell'angelo avvolgono il nome mio e di mia moglie. Poi naturalmente ci sono i due ragazzi".

E ora dopo lo scudetto? "Al momento giusto comprerò un'Harley-Davidson e partirò con Daniela. Tra noi c'è un patto: metà vita io, metà vita lei. Lo rispetterò. Quando in tasca non avevamo neanche i soldi per la benzina si fantasticava: e se vincessimo la lotteria? Vorremmo fare la stessa vita, solo con più sfizi".

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